E LE MARMOTTE AMMAESTRATE La casa con dipinta sul muro la meridiana, a Elva, borgata Serre, casolari in pietra a 1637 mt, dominata dal Pelvo d’Elva è la sede del museo dei Caviè, che rese Elva famosa nel mondo, e mostra gli strumenti che servivano per lavorare i capelli. Lassù ci sono anche gli affreschi del 400, nella parrocchiale gotica, del fiammingo Hans Clemer, e i 17 km della strada per arrivarci, che dalla provinciale della Valle Maira (CN), si inerpica nel Vallone laterale, tra gallerie e strapiombi, strappati alla roccia, che solo a sbirciare giù si è assaliti dalle vertigini. Luogo delle ombre lunghe e, in origine, dei pini cembri, che in dialetto son chiamati ”elvo”, donde il nome, dal panorama superbo, ad economia di tume, bruss, arnica, avena, patate e fieno, costringeva gli uomini ad andarsene a lavorare in inverno come cardatori, calderai, arrotini, girando nei mercati cittadini. Qualche elvese, commerciante di stoffe, venuto a contatto con la realtà dei capelli umani, raccolti per farne parrucche, incominciò anche lui e l’attività coinvolse tutta la comunità. Non solo i capelli delle donne ma anche i loro cavei del pentu, quelli che restano nel pettine, e che raccomandavano di conservare, a mo di riccioli, perchè sarebbero ritornati a prenderli l’anno dopo, erano la base del lavoro di questi intraprendenti montanari. Li barattavano con le stoffe e le chincaglierie, o li pagavano in denaro, lasciando in dono un bel fazzoletto da tenere in testa in attesa della ricrescita. Battevano la pianura fino al Veneto, non tralasciando i monasteri, dove sapevano di trovare i capelli recisi alle giovani novizie. La povertà faceva vendere anche quelli mai tagliati nella vita, nonostante la radicata superstizione, indotta dagli uomini, che una donna sensa cavei non meritasse più rispetto, o che le “sarebbe capitata” qualche “stregoneria” esercitata sui capelli venduti, come scrisse don Ettore Dao elvese doc. Si inventavano storie di come una nuova moda volesse le donne coi capelli corti, ma erano garbati e parlavano i dialetti locali, imparati per superare l’ancestrale diffidenza, usando tra loro un incomprensibile patois di piemontese e occitano, dove, ad esempio, la testa era il capio, il carabiniere l’angelèt, e i capelli i brin. Partivano con un grosso sacco per infilarci i capelli, un pacco di stoffe in spalla, il metro di legno e un parapioggia, o con le mercanzie più accattivanti riposte nella cassetta “apribile”, la “boita”, portata a tracolla e un sacco “a pelo”per dormirci dentro. Ritornavano a maggio per la festa di San Pancrazio, e le donne, li selezionavano per colore, lunghezza e qualità, mettendoli nel verso del bulbo, sgrassandoli, con acqua calda e soda, passandoli minuziosamente al”brustio”, una sorta di pettine di ferro fissato al tavolo, per poi stirarli e legarli in grosse ciocche della stessa tonalità. Qualcuno si trasferì a Dronero, Villafalletto, Torino, impiantandovi vere e proprie industrie. I cavei si vendevano a Parigi e negli USA per gli attori teatrali, a Londra per le parrucche dei Giudici e dei Membri della Camera dei Lords. Non pagavano dogane, perché non ne era capito appieno il valore intrinseco e così non furono mai contrabbandati con buona pace degli Elvesi. A Saluzzo, il mercato annuale dei caviè durava giorni con redditizie contrattazioni, finchè i capelli scarseggiarono e si andò a cercarne all’estero, ma non era più la stessa cosa e dall’apice del 900, l’attività scemò nel secondo dopoguerra. Dalla Val Maira partivano anche le marmotte ammaestrate, a volte con piccole pianole altre senza. Si ricordano quelle 3 o 4 messe in una cassetta, portata a spalla da un povero vedovo con 5 bimbi, che le aveva prese in autunno sottoterra e d’inverno se le portava appresso, andando a cercar lavoro in Francia. Sono citate nel libro il “Mondo dei vinti” di Nuto Revelli che intervistò uno di quei bimbi. Una donna del 1886 raccontò di averle battezzate ognuna con un nome, avergli dato da mangiare cavoli, mele, erba e pane, e ammaestrate in modo che, sollecitate con un bastoncino, ballassero e fischiassero sulla promenade des Anglais a Nizza o sulla Croisette a Cannes.Mentre chiedeva l’elemosina con i fratellini, riferì, che era solita cantare una filastrocca in un misto di piemontese italiano e francese che si era inventata. ”La marmota l’ha mal ai piè e i fo mettre n’platr, ave che si ave che là la marmota va a salvà.” Erano soliti partire dalla Valle Maira anche i bambini, verso gli appositi mercati, il vicino di Prazzo e il più rinomato e lontano di Barcellonette, al di là del Colle della Maddalena, per essere affittati come stagionali nelle nostre pianure del nord o in Francia. Curiosità: Il cardinale Richelieu definì con disprezzo i duchi di Savoia i Re delle Marmotte, ai tempi della Madama Reale Cristina detta anche “la francesa”
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