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IL MACINACAFFÈ  di Beppe Lachello 13/02/2012 

L’ultima diavoleria in materia di caffè sono le cialde e poi, visto che quello solubile liofilizzato l’hanno già inventato, ci attende solo più quello cerebrale: una pillola ed ecco la mente pervasa di tutte le sensazioni d’una tazza di caffè, dal profumo all’aroma. E i macinacaffè? Sempre più oggetti della memoria. memoria che ci dice come questa bevanda, già conosciuta in oriente, giunga in Europa grazie ai traffici di Venezia e per merito di Prospero Alpini, botanico, e G.Francesco Morosini, Pietro della Valle, Fausto Nairone. Dal Caffè Florian in piazza San Marco l’aroma e l’abitudine a questo elisir d’oriente si allargò a tutte le capitali europee.
Prodotto in grani che venivano tostati per ottenere la bevanda occorreva sminuzzarli e questo inizialmente era ottenuto pestandoli con il mortaio. I primi apparecchi destinati ad una macinazione meccanica erano apparsi nel sec. XVII, derivati da quelli esistenti per macinare le spezie e denominati a proboscide per il lungo becco da cui usciva il macinato. I primi ad inventare qualcosa di più pratico furono i Turchi che usavano dei cilindri metallici in rame e il caffè macinato si raccoglieva in un contenitore sottostante. Con Luigi XIV si passò ad una forma meno voluminosa e con maggiore efficienza, suddivisa in due parti, una per il meccanismo ad ingranaggi e l’altra come contenitore della polvere. Nell’Enciclopedia settecentesca di D’Alembert e Diderot appaiono le caratteristiche di macinacaffè non più portatili, ma bensì da fissare al tavolo o ad una base in legno, dove il macinato viene raccolto in una sacca di cuoio impermeabilizzato che ne salvaguardi l’aroma. Con gli europei arriva in America anche il caffè e i macinacaffè di nuova concezione si moltiplicano il primo brevetto è di Theodore Bruff del Maryland nel 1798 ed il primo inglese è di Richard Dearman di Birmingham nel 1899, modello questo interamente in ghisa. Nel 1815 nasce il modello ad albero orizzontale con staffe per fissarlo alle pareti e poi la box mill, grazie all’inventiva di Archibald Kenrick, s’arricchisce di un congegno indispensabile: la vite per regolare la grana del macinato. Nemmeno Napoleone sfugge al fascino del caffè e fra i suoi effetti personali abbandonati a Waterloo si trova anche il suo personale macinacaffè (probabilmente preso in Egitto) che era sotto la responsabilità di Roustan, suo cameriere mamelucco di fiducia.
Curiosamente l’industrializzazione dei macinacaffè in Francia nasce con i fratelli Peugeot che, associandosi nel 1842 con i fratelli inglesi Jackson, installano una vera fabbrica di utensili vari. La gamma Peugeot, prima che questo marchio diventi famoso per le automobili, arriverà a ben 56 modelli in 290 versioni! Poi la Grande Guerra travolgerà tutto ed anche i macinacaffè seguiranno le esigenze militari evolvendosi in modelli portatili che alla bisogna macinavano di tutto, dal mais per la polenta all’orzo per le minestre.
Per finire con uno sguardo a casa nostra, in Piemonte, ecco che troviamo un marchio famoso Le Tre Spade presente dal 1894 a Forno Canavese ad opera dei f.lli Bertoldo, imprenditori nel campo della fucinatura e dello stampaggio di metalli. La loro azienda fu una delle maggiori produttrici del Novecento e, a parte una parentesi sfortunata nel campo automobilistico, cambiando ragione sociale nel 1938 continuò a produrre articoli casalinghi e macinacaffè.
Esiste un discreto collezionismo di macinacaffè che raccontano la storia dell’umanità negli ultimi secoli e fra questi quello di Palermo (inaugurato nel 2008), quello Peugeot a Sochaux, e i tanti musei etnografici che raccolgono oggetti del passato recente.
In conclusione, guardando le foto dei macinacaffè, monta un nodo alla gola ricordando le raccomandazioni che accompagnavano i primi giri di manovella quando, quale rito di iniziazione all’essere diventati grandi, ci era concesso di macinare il caffè, non ancora di berlo.
da "365 Volte Piemonte in Cucina" edito da Il Punto-Piemonte in Bancarella
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COMMENTI AL BLOG  IL MACINACAFFÈ


Commento postato da   Umberto 21/02/2012 alle 07.31
Caro Beppe Lachello, i riti di iniziazione si fanno una volta sola e poi valgono per sempre, invece a me, chissà perché, è toccato girare la manovella del macinacaffè per almeno cinque anni, più o meno il periodo delle scuole elementari in quel di Busca (CN). Ebbi l’emancipazione e la liberazione dalla schiavitù di "manovellatore" di macinacaffè, solo quando arrivai, più o meno, alle medie, ma solo perché, fortunatamente, nel frattempo erano stati inventati quelli elettrici.




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