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IL CAPPELLO NELLA BIELLESE VALLE CERVO. PASSATO E PRESENTE .  di Maurizia 04/04/2012 

Le giornate F.A.I. di primavera hanno aperto un luogo particolare, il Cappellificio Cervo, nato a Sagliano Micca nel 1897 come Cooperativa di Cappellai, col nome del torrente, permettendo di vedere i macchinari di fine 800 e l’interessante processo di lavorazione. Unico cappellificio in attività è l’incontro tra un glorioso passato e un futuro di rinnovato prestigio. Riunendo i marchi Barbisio, Cervo e Bantam, (alpino), continua la tradizione “manuale” vanto della storia locale del cappello che inizia in tempi remoti. Il primo Mastro Cappellaio fu Gio Batta Bonessio di Andorno. Si laureò all’Università dei Mastri Cappellai di Torino il 6/7/1755, superando la difficile prova pratica di fare un cappello di lana o di pelo, come riporta ”L’Arte del Cappello in Valle Cervo” edito dalla Camera del Lavoro di Biella. Doveva avere alle spalle un apprendistato di almeno 3 anni e 2 di lavorante presso un mastro cappellaio, di solito francese, avere nozioni di chimica e saper individuare ogni pelo e lana. Versate 50 lire alla Università, divenuto mastro cappellaio, protetto da San Giacomo, aprì bottega al paese, con obbligo di istruire almeno un apprendista. Illustrare, anche solo per sommi capi, come creava un cappello è arduo, perché operazione complessa, col rischio di saltarne fasi e passaggi essenziali. La abilità manuale era la vera e propria arte preziosa e segreta, negli ingredienti individuali diversi, circondata da una aura di timore-mistero, vista la manipolazione di sostanze tossiche anche mortali. Iniziava mescolando la lana, o il pelo di lapin o lepre per avere un primo insieme omogeneo usando il violone a corde, fissato da un lato al pavimento, e l’arco con cui lanciava in aria i peli battendoli sul tavolo. Divideva il materiale ottenuto in due triangoli arrotondati che poneva su tela di canapa umida,frammisti a carta bagnata. Arrotolava la canapa lavorando il pacco fino a che le due parti diventavano un primitivo feltro, la falda, che poteva essere “imbastita” formando un cono. Lo immergeva in acqua calda, acido solforico e altro fino a che otteneva il feltro ristrettosi alle misure volute. Lo lasciava asciugare e lo ribagnava con acqua calda stiracchiandolo per eliminare la punta e lo infilava sull’attrezzo di legno, simile alla testa, per sagomarlo, girando il bordo per far la tesa. Asciugato e strofinato con la pietra pomice, per eliminare le impurità, lo immergeva nella tintura, quindi lo lavava fino a che il risciacquo era cristallino, lo rispazzolava e asciugava in una stufa. Modellato, apprettato e guarnito con la cinta o la gala, il fiocco piatto, poteva finalmente dire, ”mais voilà le chapeau”. Oggi il procedimento è analogo, con l’aiuto di macchinari, la melangiosa e la soffiatrice, che rendono il pelo simile ad ovatta. La imbastitrice, che crea la falda a forma di cono. Il bancone di ghisa, che col vapore la rassoda, la coq che lavora più coni e le rolettine che realizzano il feltro, l’allarga teste e tese che lo modellano. La sbarbatrice che lo ripulisce e l’apprettatrice che lo impregna di una miscela di gomme, resine e alcool. La tintura conclude la fase detta in bianco per l’uso d’acqua bollente vapore e reagenti chimici. La seconda fase è detta in nero e va dalla rasatura o pomiciatura del feltro alla guarnitura del cappello. E mi perdonino Gio Batta e tutti i cappellai l’approssimazione, compreso il mio bisnonno, che l’esaltazione dei vapori chimici, fece battezzare Chimico!!! Nata come attività aggiuntiva in una zona rurale si sviluppò grazie al binomio qualità-prezzo unito all’abilità manuale. Nel 1873 tra Andorno e Sagliano Micca si contavano circa 30 artigiani cappellai. Nel 1862 a Sagliano 12 Mastri Cappellai si associarono dando vita al nucleo della futura Barbisio. Dai 16 operai nel 1886 passerà ai 400 degli anni 30 del 900 e 1000 cappelli al dì, esportati in tutto il mondo. Tra gli altri il cappello nero, indossato dagli Ebrei davanti al Muro del Pianto ad ala larga, per la Comunità Israelitica newyorkese, e quello da cow boy per i rangers USA. La rete di negozi in Italia, nati come cappellerie, spaziava da Torino a Catania. Il suo orgoglio era “la lavorazione a mano” e il motto “un nome, una marca, una garanzia”. Il Princeps, ”el principe de los sombreros” del Cappellificio Cervo era noto come il meglio in America Latina e l’indotto era fiorente. Particolarità. La personalizzazione del cappello, era il tocco di distinzione. Si imprimeva sul marocchino, il bordo interno in pelle, il marchio, il nome o le sole iniziali usando foglioline sottilissime d’oro che un artigiano, il battiloro, preparava apposta. Curiosità. San Giacomo è il patrono della categoria perché pare abbia inventato il feltro.Volendo alleviare il suo peregrinare in lungo e in largo mise nei sandali dei fiocchetti di lana di pecora trovate sui rovi e si accorse che camminando la lana compressa dal suo peso insieme agli umori del piede si infeltriva…….

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