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LE NEFANDEZZE DELL’ABATE PIETRO ALLA SACRA DI SAN MICHELE  di Umberto Salvo 05/04/2012 
Avevamo già parlato in un post del maggio 2010 di «preti a luci rosse» nel Piemonte medievale.
Vogliamo ora parlare di un monaco passato alla storia, più per i suoi eccessi, per la sua libidine e per atrocità varie che per le sue doti spirituali e morali.
Parliamo di Pietro di Fongeret, ultimo Abate benedettino alla Sacra di San Michele.

La sua elezione nel 1362 era stata contrastata da un altro pretendente, il monaco Pietro di Serravalle che, dopo la sua mancata elezione chiese un forte risarcimento per le spese ottenute in «campagna elettorale». Pietro di Fongeret oltre a risarcire il suo diretto antagonista alla massima carica abbaziale con monete sonanti sottratte alle casse dell’Abbazia, si impegnò ad assolvere tutti i monaci che lo avevano sostenuto da eventuali scomuniche vescovili o papali ed a graziarli per eventuali loro saccheggi, delitti od omicidi in cui potessero macchiarsi in futuro.

In quel periodo gli Acaja ed i Savoia erano in aperto conflitto, e l’Abate Pietro al comando di una schiera di monaci armati e assatanati, compiendo degli eccidi, parteggiò per gli Acaja.
Sfortunatamente per lui, alla fine vinse Amedeo VI di Savoia, il famoso Conte Verde, e qui cominciarono i fastidi per il nostro Abate.

Tra l’altro lui aveva fatto sloggiare le monache «clarisse» che stavano costruendosi un convento nel territorio di San Remigio dipendente dalla Chiusa. La scusa era che le monache non gli avevano chiesto il permesso, in realtà il motivo era che la badessa, la giovane e nobile Agnesina Provana non aveva voluto soggiacere alle sue profferte amorose e libidinose, per cui oltre a sfrattarle scomunicò la badessa e diffidò i dipendenti della chiesa dall’aver in futuro rapporti con queste monache. Queste ultime si appellarono a Roma, così l’Abate Pietro riusci ad inimicarsi anche il Papa ed il Vescovo di Torino, Giovanni Orsini di Rivalta che fu incaricato di indagare e dirimere la questione.

Il colpo di grazia tra l’Abate Pietro e la Curia vescovile avvenne nel 1374 per via di certe tasse che la Sacra di San Michele doveva pagare a Roma e che il nostro Abate non voleva pagare. Il Papa sempre più irritato incaricò di nuovo Giovanni Orsini di Rivalta di sistemare una volta per tutte lo scomodo monaco, conducendo un’inchiesta sulle voci giunte a lui di una scandalosa e poco monacale attività dell’Abate.

Da quell’inchiesta venne fuori di tutto, e tra le tante imputazioni si apprese che egli donò dei terreni a tale Denisyo Merloni di Giaveno per poter «conoscere carnalmente» andandoci a letto, con una sua figlia. Da quella «conoscenza» era poi anche nato un figlio.
L’inchiesta appurò inoltre che l’Abate giacque nudo con due ragazzine anch’esse nude: Briancia e Margaritta, figlie di Petrus Favrie di Giaveno, inserviente del Monastero. Le aveva abitualmente ambedue contemporaneamente nel letto «et carnaliter cognovit», e poiché il padre protestava lo fece rinchiudere nelle segrete del castello di Giaveno e ricompensò le due allegre sorelline per i «servizietti» che ogni notte facevano con lui, con 14 fiorini.
Fece incarcerare un certo Laurentius Tupinery perché la di lui bella moglie non voleva «starci» e lo fece liberare solo dopo essere riuscito, ripetute volte, a soddisfare le sue voglie con l’afflitta signora.
Violentò ripetutamente la moglie e la figlia del maestro Ioannis Sorbiti che dipendeva dal Monastero, che fu poi costretto a fuggire a Pinerolo con tutta la famiglia per sottrarre le sue donne alle voglie lussuriose dell’Abate.

Fu incolpato inoltre di aver distrutto e saccheggiato con dei mercenari inglesi, il castello di Sant’Ambrogio, trucidando atrocemente e compiendo nefandezze su difensori e loro famiglie.
In base a queste ed altre innumerevoli accuse, l’Abate Pietro fu interdetto sull’Abbazia, gli fu comminata la scomunica che fu estesa a tutti i monaci a lui favorevoli e fu condannato al carcere perpetuo.
La sentenza infatti venne solennemente affissa nella chiesa di Rivoli il 13 maggio 1375.

Che si sappia, la sentenza non fu mai resa esecutiva, e fino alla sua morte che avvenne nel 1379, l’Abate Pietro di Fongeret non abbandonò mai le sue lascive e lussuriose abitudini.
 [ commenti presenti 2 ]


COMMENTI AL BLOG  LE NEFANDEZZE DELL’ABATE PIETRO ALLA SACRA DI SAN MICHELE


Commento postato da   eric83 20/08/2012 alle 18.57
una bella lenza sto fraticello....;-)))




Commento postato da   davide 06/04/2012 alle 18.20
un personaggio degno della penna del miglior Divin Marchese... che potrebbe essersi ispirato a questo abate, per dipingere la figura del vescovo delle 120 giornate...




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