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LA FONTANA DELLA GIOVINEZZA  di Maurizia 15/04/2012 

A Manta, si erge il Castello, bene F.A.I. che come tutti quelli del Marchesato di Saluzzo è ubicato sui primi declivi montani a difesa delle vallate alpine dagli attacchi provenienti dalla pianura e in posizione del tutto diversa dai manieri del Monferrato e Canavese che stanno sulle alture per dominare la pianura. Il castello fu ereditato nel 1416 dal figlio di Tommaso III di Saluzzo, Valerano detto il Burdo (bastardo) per la sua nascita illegittima o perché signore di Brondello colto e spregiudicato personaggio. Lo ingrandì e abbellì facendolo diventare un pò fortezza e un pò dimora gentilizia. A lui si devono gli affreschi della sala padronale. Su di una parete, rendendo onore al padre, fece dipingere le figure dei 9 prodi e delle 9 eroine protagoniste del romanzo cavalleresco, Le Chevalier Errant, che Tommaso III scrisse alla Corte di Francia nel 1403/1404, probabilmente autobiografico, dove il protagonista, alla fine di una vita intensa di gioie e dolori, ascese e cadute, disilluso dalla vacuità delle cose terrene, vaga cercando il trionfo della Giustizia sull’Ingiustizia e del Bene sul Male. Nel suo ”viaggio” incontra personaggi del passato. Giulio Cesare, Re Artù, Carlo Magno ed eroine come Semiramide, regina degli Assiri, ed altre, in un susseguirsi di avventure che mescolano fatti reali, ragionamenti scientifici, massime morali ed incantesimi. Le bellissime figure sono dunque simboli di potenza terrena. Sulla parete di fronte, in contrapposizione, fece affrescare, da un pittore piemontese della prima metà del XV secolo, il mito della Fontana della Eterna Giovinezza, simbolo delle umane debolezze, bellissimo esempio di pittura francesizzante neogotica e profana. Il mito della Fontana o del recupero miracoloso della Giovinezza è antichissimo e la sorgente si troverebbe, pare, nel giardino dell’Eden. L’affresco della Manta è un insieme di umorismo e spregiudicatezza con particolari piccanti e faceti e come una caricatura si evolve in una sorta di farsa che non risparmia nessuno in un misto di serietà e goffaggine, naturalezza e ingenuo gioco che rivela comunque una libertà di espressione piuttosto ardita per l’epoca. Sul muro scorrono tre sequenze. Un corteo di vecchi, tra cui un re e una regina su di uno strano mezzo, prelati, monaci e persone di ambo i sessi, si incammina a piedi, a cavallo e su altri veicoli verso la Fontana. Vi si immerge traendone benefici immediati e come da un bagno miracoloso ne esce giovane e baldanzosa, dando immediato “sfogo” al riconquistato vigore. Si compone quindi la festosa cavalcata di ritorno alle dimore avite. Mirabili i particolari, come il vecchio impaziente che minaccia con la frusta il servo che troppo lento nel trasportarlo sul carretto, si è fermato a tracannare del vino, il prelato che cavalca ansioso, il vegliardo che scende a fatica dal’animale aiutato da un famigliare, i maschi e le femmine che si strappano i vestiti smaniosi di tuffarsi nella fontana esagonale che domina la scena al centro di un prato fiorito, accomunati dalla speranza spasmodica di ritrovare giovinezza e salute. Dalla sommità l’amorino alato scaglia le sue frecce sulle persone immerse nella vasca che si “intrecciano” gli uni agli altri in una scena carica di quella spontaneità e desiderio di vita che connoteranno l’umanesimo del quattrocento. Anche il bosco partecipa alla recuperata giovinezza e un fante tenta di trascinarvi una fanciulla che ride fingendo resistenza. La scritta che sottolinea la scena è ”e se da qualcuno saremmo visti, saremmo disonorati” e ”in questo bosco tu devi venire per accoppiarci nei nostri amori”. I cavalli scalpitano come puledri, i cani cercano la selvaggina tra l’erba, i falconi anelano ad alzarsi in volo dal braccio del falconiere mentre i trombettieri danno fiato agli strumenti come per esortare i ringiovaniti signori ad intraprendere la via del ritorno. La Fontana è l’allegoria, allora come oggi, della non accettazione della vecchiaia e la sua morale, l’utopistica credenza che l’acqua ridia la vita ringiovanendo. Curiosità. Quando nel 1884, l’architetto Alfredo D’Andrade, con artisti e storici, curò la realizzazione della stupenda finzione che è il Borgo Medioevale e il Castello sul Po a Torino, prese a modello i più noti edifici del Piemonte. La porta è quella di Oglianico, la facciata della chiesa è un misto delle cattedrali di Verzuolo e Ciriè e le dimore copie di Avigliana, Pinerolo, Alba e Mondovì. Nel Castello che riproduce quello di Fenis, con l’atrio che è la copia del Corpo di Guardia che si trova in quello di Verrès, nel salone al primo piano è stato riprodotto il ciclo pittorico dei prodi, delle eroine e della Fontana dell’Eterna Giovinezza del Castello della Manta. Particolarità. Anche i Castelli di Lagnasco hanno una fontana della Eterna Giovinezza semplicissima e stilizzata dipinta in una piccola metopa che quasi sfugge al visitatore.
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