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IL BARON LITRON. KARL SIGMUND FRIEDRICH WILHELM LEUTRUM VON HERTINGEN  di Maurizia 01/06/2012 
Il Generale che liberò la cittadella di Alessandria nel 1746, Karl Sigmund Friedrich Wilhelm Leutrum von Hertingen, durante la guerra di Successione Austriaca, scoppiata nel 1740 dall’ascesa al trono di Maria Teresa, che vedeva Piemontesi e Austriaci contro Gallo-Ispanici era personaggio destinato ad entrare nella leggenda. I franco-spagnoli scendendo dalla valle Stura, preso il forte di Demonte, e dalle valli Maira e Varaita, miravano ad impadronirsi della piazzaforte di Cuneo per farne la base alla conquista di Torino.Carlo Emanuele III, che a Saluzzo organizzava il contro-attacco, era certo che se fosse riuscito a difendere Cuneo,avrebbe ricacciato i nemici al di là delle Alpi. Offrì l’incarico ai generali Balbiano e Cinzano, che pare, non vollero rischiare la reputazione ritenendo l’impresa impossibile. Consigliato dal ministro, il Marchese d’Ormea, passò l’incarico al Barone Sassone, protestante, massiccio, 52enne, taciturno, brusco, metodico, pignolo, di cui si sussurrava amasse le donne e le pinte di Barbera, ma di rigidi costumi, grande energia, abilità, tenacia e colpo d’occhio imbattibile. Nato nel Baden nel 1692 arrivò giovanissimo a Torino al seguito del fratello Magnus che aveva messo il suo battaglione al servizio di Vittorio Amedeo II nella battaglia di Torino del 1706. Divenne colonnello del Royal Allemand nel 1732, uno dei reparti tedeschi del Regno di Sardegna, e nel 1744 era maggiore generale dell’esercito Nazionale Piemontese. Arrivò a Cuneo il 15/8, con stivaloni neri, giaccone e tricorno azzurri, alamari e frangie bianche, sulla diligenza, insieme all’Ormea e al Bertola Ignazio, l’ingegnere delle fortificazioni sabaude, per valutare la situazione e il 19 ne assunse il comando convinto che riorganizzando bene il tutto avrebbe potuto resistere. Controllato che ci fossero viveri sufficienti, stabilì un tesseramento con particolare riguardo ai cannonieri che avessero centrato una batteria nemica, riservando loro due pintoni di vino al dì e pensò anche a chi fumava. Accanito fumatore di pipa dispose la razione di mezza oncia al giorno pari a 15,36 gr di tabacco. Sgomberò solai e ultimi piani, organizzò squadre di brentatori, i vigili del fuoco d’allora che, con l’acqua a portata di mano, dovevano spegnere gli incendi. Riempì i portici di sacchi di terra e adibì le crote a dormitori ed infermeria e fece tanto altro ancora. Per mettere bene in chiaro che non scherzava innalzò qualche forca qua e là, ma con squilli di trombe rincuorò i Cuneesi: ”Gent ’d Coni! l’è nen vera che ëdcò stavòlta a ’s vagnerà”, che rispondevano:”Si. Si.Che vagneroma! Viva ’L Baron.Viva Coni”. La prima bomba in città arrivò il 15/9, inizio dell’inferno .Il Barone non dorme, sta sugli spalti, ordina sortite finchè, avvistate le truppe del Re e infuriata la battaglia della Madonna dell’Olmo del 30/9, per i franco-spagnoli comincia il languire .Il 22/10 per difficoltà logistiche, malattie e la neve che inizia a chiudere i passi alpini si ritirano, come scrisse Ferdinando Gabotto nella sua Storia di Cuneo del 1898. Combattè ancora liberando Asti nel marzo 45, conquistando Valenza nel 46 e difendendo poi la linea sud-ovest Saorgio-Oneglie-Savona. Nel 1748 tornò a Cuneo, Governatore a vita, dall’ottobre 1744. D’estate abitava in una villetta presso il Santuario della Madonna degli Angeli e fu lui a voler tracciato, nel 1749/50, il magnifico, a tutt’oggi, Viale degli Angeli, con 4 file di olmi dei vivai della Certosa di Pesio, largo 22mt, lungo 4 km, con al centro la via e a lato i controviali per i pedoni. Sentendosi alla fine chiamò il notaio disponendo di voler rimanere luterano anche da morto ed essere sepolto nella Valle di Luserna in San Giovanni del Ciabas, tra i campi, e i Valdesi di Torre Pellice e Angrona. Morì il 16/5/1755. Restaurato il piccolo tempio nel secolo scorso, per volere della società di Storia Valdese, le sue ossa vi riposano sotto un’epigrafe uguale a quella della lapide originale. Il Re si era precipitato a Cuneo alla notizia della malattia, pronto a spendere qualunque somma per guarirlo, ma il Barone disse che oro e argento davanti alla morte non valgono niente, e richiesto, se volesse morire da cristiano, per erigergli un monumento nella chiesa di Sant’Ambrogio, rispose di no, e non voleva che la città che aveva salvato gli mettesse “na lustra eterna, l’e mei sotreme en val ’d Luserna“ e Carlo Emanuele lo accontentò. Qualche cantastorie s’impadronì della vicenda e nacquero le canzoni popolari in morte del piemontesizzato Baron Litron, cantate in piemontese in Piemonte, e in francese nel Valdese. Particolarità. Cuneo è la città dei 7 assedi e quello era il sesto da cui nello stemma il motto “ferendo” sopportando. Curiosità. A Torino, si dice, abbia abitato dove c’è il ”grattacielo” anni 50 tra Via Santa Teresa, Piazza Solferino e Via Pietro Micca.
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