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EMANUELE FILIBERTO. IL CARDINALINO TESTA DI FERRO E MARGHERITA DI VALOIS  di Maurizia 19/07/2012 
(foto Beppe Lachello)
Giovanni Correr, ambasciatore veneto a Torino nel 1563 descriveva al Governo della Serenissima il Duca Emanuele Filiberto di Savoia, come riportato dallo storico Giorgio Beltrutti, così: ”È di persona mediocre, piuttosto piccolo e magro, di color bianco, pelo biondo alquanto scuretto, porta poca barba e grandissimi mostacchi rivolto in alto. Dopo il desinare, quando è a Torino, sua stanza ordinaria piglia l’archibuso in spalla e in giardino tira a questa e a quella cosa. Dal giardino se ne va poi in casa d’un architetto chiamato Paciotto, dove sono altri artefici i quali tutti lavorano per suo conto e ivi, con le proprie mani, stilla acque e ogli ,disegna, fa modelli di fortezze e di altri strumenti di guerra. Si diletta di alchimia e alle volte trapassa molte ore del giorno soffiando sotto i fornelli di propria mano.”
Terzogenito di Carlo II di Savoia e di Beatrice del Portogallo era nato a Chambery l’8/7/1528 e battezzato nella Sainte-Chapelle il 19/10. Nipote dell’Imperatore Carlo V, che aveva sposato la zia, Isabella del Portogallo, coetaneo e cugino primo dell’oscuro Re di Spagna Filippo II, “parente” del Re di Francia Enrico II, per il matrimonio della zia Luisa di Savoia con Carlo di Valois, nonno di Enrico, fu un personaggio fuori dagli schemi. Per lui, cadetto, papa Clemente VII aveva ventilato la porpora cardinalizia, ma il suo destino era di ereditare uno” Staterello Fantasma” tra i monti, affamato dalle guerre che imperversarono nel cinquecento, strapparlo alla Francia e ricostruirlo ex novo con una nuova capitale. Tra la fuga coi genitori e la Sacra Sindone a Milano nel 1536, la morte della amata madre a Nizza nel 1538, del padre a Vercelli nel 1553, il cui cadavere, derubato dei pochi gioielli fu buttato su di un armadio nella sacrestia della Cattedrale dove rimase, pare, 80 anni, e il “ritorno” trionfale a Torino il 7/ 2/1563 vive i preparatori anni giovanili. Si istruisce prediligendo la matematica, apprende lingue straniere e il latino, si irrobustisce nel fisico correggendo l’eccessiva arcuatura delle gambe, si forma militarmente alla corte dell’Imperatore, esegue gli ordini del Re di Spagna Filippo II, ed è il vincitore, contro la Francia, nella battaglia di San Quintino, in Piccardia nel 1557, preludio alla pace del 3/4/1559 di Cateau- Cambresis. Ha maturato una personalità forte, accentratrice, assolutistica acquisendo la mentalità che lo Stato vada governato ”da uno solo” e col pugno di ferro. Quando nel 1556 Carlo V si ritira in convento e in Europa aleggiano desideri di pace, il Duca, non ricco, non bello e non potente, per riavere i suoi possedimenti si gioca la carta di Francia mettendo gli occhi sulla giovane Isabella Di Valois figlia di re Enrico. Nel 1558 però, Maria Tudor, Regina d’Inghilterra lascia vedovo il fosco Filippo II di Spagna, ed Enrico, non potendo permettere che un Re cattolico sposasse l’anglicana figlia di Enrico VIII, Elisabetta I d’Inghilterra, nel trattato di Cateau-Cambresis regolò le posizioni di Filippo II e del Duca. Al primo andò in sposa la bella Isabella e ad Emanuele Filiberto, 30enne, la sorella di Enrico, la 36 enne cicciottella stagionata, per allora, ma colta saggia e avveduta Margherita di Valois, nella convinzione, non trascurabile, che non avrebbe avuto eredi e il ducato sarebbe tornato alla Francia. Il matrimonio si celebrò in una frangente drammatico perché Enrico aveva avuto la sciagurata idea di sfidare in torneo il capo delle sue guardie, che infilò la sua lancia dritto nell’orbita destra del Re che spirò il 10/7/1559 dopo aver assistito il 9 alla programmata cerimonia nuziale. Margherita fu moglie complice, affezionata e competente consigliera. Contro ogni previsione il 12 /1/1562 nel castello di Rivoli diede alla luce Carlo Emanuele I. Tutti e tre, partita la guarnigione francese da Torino il 14/12/1562, vi entrarono da Rivoli coronando un ritorno iniziato a Nizza il 3/11/1559. Si insediò nel palazzo “del Vescovo” che gli sembrò poco più di una stamberga, abituato come era alle grandi corte europee e volle a Torino una corte “Regale” gettando le basi di Palazzo San Giovanni, parrebbe lungo la via XX settembre, un tempo occupato dalla canonica del Duomo, embrione del futuro Palazzo Reale,e innalzò la sua amata creatura fortificata, la cittadella, costruita nel 1564, ispirandosi a Castel Sant’Angelo, dal conte Francesco Paciotto da Urbino.Conosciutolo a Madrid lo volle a Torino a lavorare alle fortificazioni dello Stato. Fu forse, proprio nelle fredde sere d’inverno, che il Duca, disegnando fortezze con il conte, gran mangiatore e bevitore, assaporò un po’ troppo i forti vini spagnoli, portos e madera, che l’architetto aveva portato dalla Spagna, abbinandoli a carni salate e pepate che lo portarono 52enne alla tomba, sicuramente per cirrosi epatica. Proprio lui che praticava ogni tipo di “sport”, nuotava nel Po, giocava a pallacorta ed era sempre in movimento. Se ne andò nel 1580 dopo 27 anni di regno. Il giovane squattrinato che era stato, lasciò nelle casse dello stato mezzo milione di scudi d’oro, circa una tonnellata e mezzo, frutto della sua politica “economica-fiscale”, e cifra stratosferica per un piccolo ducato. Riorganizzò la Giustizia, istituendo il Senato, una sorta di Tribunale di seconda ed ultima istanza, abolì il latino nei processi ed instaurò un sistema giudiziario, sia civile che “criminale” che durò tre secoli. Nel 1928 l’Università di Torino gli conferì il titolo postumo di Dottore in Giurisprudenza Onoris Causa. Allestì una Corte dei Conti per le questioni finanziarie, creò un esercito di cittadini e non di mercenari, si occupò di flotta, favorì l’italiano e la lira d’argento, pose le basi della Biblioteca Reale, della Nazionale Universitaria, del Museo di Antichità nonché dell’Egizio. Fece nascere nel 1563 la Compagnia di San Paolo per l’istruzione religiosa e le opere di carità e nel 1572 fondò l’ospedale Maggiore dei Santi Maurizio e Lazzaro. Con bonifiche, disboscamenti e canalizzazioni, su cui imponeva tasse, favorì l’agricoltura. Introdusse il gelso per l’industria della seta con un primo setificio a Vercelli, di cui era socio, vietando l’importazione di sete straniere, si inventò la imposta straordinaria “sul comparto dei grani” per cui un quinto del prodotto dei campi doveva essere versato in moneta alle casse ducali e mantenne il ”tasso su case e terreni” introdotto dai Francesi. E tanto altro ancora.
Sepolto in Duomo fu spostato, come da sua volontà nella cappella Guariniana della Sindone, che aveva voluto costruita, disponendo un lascito ad hoc, e oggi vi si trova nel sarcofago ordinato da Carlo Alberto. Margherita, spentasi nel 1574 a 51 anni riposa alla Sacra di San Michele.
Curiosità.
A palazzo Reale nell’appartamento del Re Vittorio Emanuele III a piano terra, cortile, c’è il dipinto del pittore ottocentesco Francesco Podesti rievocativo del matrimonio dove Re Enrico, con un panno sull’occhio perduto, benedice la celebrazione.
Curiosità .Il Duca, dedito alle scienze occulte ,temeva “i folletti-spiritelli-giocherelloni” al punto da ottenere da papa Pio IV nel 1560 un breve apostolico di preghiere e scongiuri contro i “cacademoni” affinchè i minatori che lavoravano per lui nella valle Gesso non ne fossero disturbati!!!. Nessuno ignora che in Piazza San Carlo campeggia la sua statua nell’atto di rinfoderare la spada dopo la battaglia di San Quintino, commissionata da Carlo Alberto allo scultore Carlo Marocchetti, inaugurata il 4 /11/1838. “’L caval ad brons “, con i due bassorilievi della Battaglia di San Quintino e della Firma del Trattato di Pace di Cateau-Cambresis, diventato il simbolo di Torino e del suo Duca, Testa di Ferro, così soprannominato dai Catalani nel 1551, quando difese Barcellona dai Francesi.
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